Sabato, 21 gennaio 2017 - ORE:18:23

Caso Eternit: finalmente giustizia. Tutti colpevoli


“Quando è iniziato tutto?”. Questa è la domanda che in molti si sono posti pensando alla vicenda Eternit e al lungo processo di logoramento che ha visto più di 2 mila persone (precisamente 2.191) morire per cause fino a poco tempo fa mai chiarite. Adesso possiamo ripercorrere gli avvenimenti, ricordarli lucidamente, spiegarli o solamente osservarli con un senso nuovo che sa di giustizia.

1953 è la prima data che abbiamo della vicenda Eternit, dove si registra il primo caso di morte da mesotelioma, anche se allora non si chiamava così. Poi, a distanza di molti anni, nel  1969, in via Roma, la strada che attraversa  il centro di Casale Monferrato, si susseguono sette morti nell’arco di pochi mesi, deceduti tutti allo stesso modo con i polmoni pregni d’acqua e gonfi della morfina che tentava di alleviare loro il dolore. Si comincia dunque a pensare a una qualche strana infezione o ad un intossicamento.

Anni dopo comincia il processo ad Eternit, la grande azienda di amianto nella quale si produceva un po’ di tutto, dalla ghiaia per i vialetti di casa, alle tettoie ai campi da bocce, fino anche a rappezzare il campo da calcio sul quale era cresciuto Sergio Castelletti, giocatore della Nazionale (tra il ’58 e il ’62) morto otto anni fa di mesotelioma.

Gli imprenditori Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64 anni, e il barone belga Louis de Cartier hanno atteso a lungo il verdetto finale. Oggi, il giudice Giuseppe Casalbore ha pronunciato infine la fatidica parola: “colpevoli”. Sospiri di sollievo e alcuni singhiozzi trattenuti accolgono così la sentenza di primo grado che condanna i due proprietari di Eternit a scontare 16 anni di reclusione per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche ai danni dei paesi di Cavagnolo e Casale Monferrato. Prescritte invece le condotte relative agli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

Giustizia tuttavia non significa felicità. Se è grande il numero di vittime dell’Eternit fino ad oggi, ancora sono molte le persone in vita che sono state a contatto in passato con queste polveri nocive e sono già in procinto di malattia. Nicola Pondrano, l’ex operaio che con le sue denunce fece partire la mobilitazione che avrebbe portato alla chiusura della fabbrica, spiega i sintomi comuni di coloro che si ammalano: “si parte dai dolori intercostali, poi dalla fatica a respirare, così si fa una lastra e ti dicono che è una pleurite ma ora sappiamo che è il mesotelioma”. Pensando a sua figlia, che la sera si divertiva a fargli cadere la polvere bianca dai capelli, oggi è normale che abbia paura per la sua sorte. E come lui sono migliaia gli altri casi.

Dopo la sentenza si è susseguito un lungo e quasi interminabile elenco di 2900 nomi relativo al risarcimento dei danni. Una litania che assomiglia più ad un omaggio postumo che a una lettura giuridica. La somma di denaro prevede 4 milioni di euro al Comune di Cavagnolo e 25 milioni per il Comune di Casale, 100 mila euro a Cgil nazionale, Associazione familiari e vittime dell’amianto e Legambiente onlus. Settantacinquemila a Wwf Italia. Undici milioni a Inail. Poco più di 30 mila euro il risarcimento per gli eredi delle vittime.

“Casale rappresenta il mondo oggi” è stato detto. E in un certo senso è vero. Gli abitanti di questo paese avevano chiesto da tempo giustizia e infine l’hanno ottenuta. Il significato di questo sta nel riconoscimento della propria storia e delle proprie sofferenze da parte dello stato. Per il resto gli avvocati dei due condannati hanno già presentato ricorso in appello.



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