Domenica, 23 luglio 2017 - ORE:22:41

Delitto Chiara Poggi, rimane un’ultima speranza


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A quasi 6 anni dal suo omicidio resta ancora irrisolto il mistero sul delitto di Chiara Poggi, la ragazza assassinata il 13 agosto 2007 da una mano che ancora non ha nome. Un esame non ancora effettuato su un capello castano corto ritrovato nel palmo della sua mano sinistra potrebbe però indicare la via per risolvere il giallo di Garlasco e portare a dare un volto e un nome all’assassino. Ne sono convinti i genitori e il fratello della ragazza che con il loro avvocato, Gian Luigi Tizzoni, insistono nel chiedere alla Cassazione di disporre accertamenti per individuare il Dna mitocondriale dal bulbo e dal fusto di quel capello ritenendo, questa, l’unica strada rimasta per arrivare a rintracciare l’omicida. Stessa richiesta riguarda anche i frammenti piu’ piccoli delle unghie della giovane.

Il ricorso è basato tutto su questo

Ruota attorno a questo esame sofisticato (e non costoso) il cuore del ricorso con cui Giuseppe e Rita Poggi e il figlio Marco hanno chiesto alla Suprema Corte, in vista dell’udienza del 5 aprile, di annullare la sentenza con cui Alberto Stasi, l’ex fidanzato della giovane imputato di omicidio, si è visto confermare in secondo grado il verdetto di assoluzione emesso nel dicembre del 2009, al termine del processo con rito abbreviato, dal gup di Vigevano Stefano Vitelli.

Un esame già svolto nel caso di Yara Gambirasio

Si tratta di un esame genetico, peraltro uguale a quello in corso nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, che non venne eseguito durante le indagini preliminari, come e’ sottolineato nell’atto della parte civile, ‘’a causa di una banale dimenticanza’’. Infatti, secondo la ricostruzione riportata nelle 68 pagine firmate dall’avvocato Tizzoni, ai tempi dell’ inchiesta, il Ris di Parma fece accertamenti sul capello corto, cosi’ come su quelli spezzati e privi di bulbo trovati sia nella mano destra della ragazza sia in una pozza di sangue vicino all’ingresso della abitazione, senza pero’ che emergessero risultati rilevanti. Successivamente si ritenne opportuno verificare anche l’eventuale individuazione di Dna mitocondriale, cosa che consenti’, si spiega sempre nel ricorso, di ricondurre alla vittima i capelli spezzati. Ma nulla di piu’, perche’ sul capello corto e sui frammenti di unghie non ci fu alcuna analisi.



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