Lunedi, 29 maggio 2017 - ORE:01:06

Parla Massimiliano Noviello


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Parla Massimiliano Noviello, figlio di Mimmo, ucciso nel 2008 perchè sette anni prima denunciò il racket

Aveva 26 anni Massimiliano Noviello quando suo padre gli comunicò la decisione che sterzò per sempre la loro vita: denunciare gli estorsori che volevano da loro, dalla loro autoscuola, cento milioni di lire l’anno. Tutta la famiglia lo appoggiò, ben consapevoli di cosa questo avrebbe comportato. Ci furono degli arresti, ma sette anni dopo, nel 2008, il gruppo armato appena uscito dal carcere, con l’intenzione di rimarcare il territorio, fece fuoco. Uccise Mimmo Noviello nella sua Castelvolturno.

Massimiliano Noviello: sono passati 5 anni dall’uccisione di suo padre. Cosa è cambiato?
Moltissimo. Sia nelle nostre vite che sul territorio. Io vivo sotto scorta, perchè anche io firmai quella denuncia e come sappiamo bene la camorra non dimentica. Però il territorio sta reagendo, grazie all’azione virtuosa delle associazioni antiracket e di associazioni come Libera e in memoria di don Peppe Diana.

Come si fa a sopravvivere in un territorio contaminato dalla malavita?
Si sopravvive e anzi le dirò di più, si vive. L’importante è non far esporre chi denuncia: è questo il segreto delle associazioni. Mio padre fu ucciso perchè all’epoca era una mosca bianca. Uno dei pochi a denunciare, il più esposto. Adesso invece quando un commerciante subisce il pizzo, la denuncia la fa l’associazione, scattano le attività investigative e i camorristi vengono presi in flagranza di reato. Così la vittima non è esposta. Se una rete del genere può nascere in un territorio così, vuol dire che c’è speranza.

Però le cronache cittadine sono piene di notizie su inchiste che uniscono allo stesso banco di imputati mafiosi e amministratori locali.
Sì perchè il problema continua a rimanere sempre lì: la zona grigia. Quella mafia dai colletti bianchi, insospettabili, che fa da humus ai bracci armati. E contro cui dobbiamo combattere.

Come se ne esce?
Rinnovando la classe politica dal basso. È una bella notizia l’elezione di Grasso come presidente del Senato. E poi bisogna continuare con quello che fa Libera: riusare i beni sequestrati, togliere così soldi alla mafia.

Quando suo padre vi disse che intendeva denunciare, come reagiste?

Io volevo cercare un’altra soluzione, non nel senso di venire a patti con i camorristi, ma avrei voluto spiegare loro che avevamo una piccola impresa familiare, che non aveva senso ridurci alla fame. Ma mio padre ci disse: “Meglio vivere un giorno da leoni”. E procedemmo.

Si è mai pentito?
Mai. Se avessimo pagato avrei visto mio padre morire dentro.
Io vivo sotto scorta, perchè anche io firmai quella denuncia e come sappiamo bene la camorra non dimentica. Però il territorio sta reagendo, grazie all’azione virtuosa delle associazioni antiracket e di associazioni come Libera e in memoria di don Peppe Diana.



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