Martedi, 23 maggio 2017 - ORE:20:58

Un tubo per scaricare le acque reflue in mare: a rischio la costa del Salento


L’amore per il proprio territorio spinge sempre le persone a tutelarlo come si deve. Ma decisioni politiche e l’apprezzamento per la natura non procedono sempre di pari passo. Accade percui che molto spesso non ci si senta sufficientemente tutelati dalla regione e dai propri comuni limitrofi. Quando ci sono di mezzo interessi che vanno al di là di ciò che una persona ritiene giusto, scatta quel meccaniscmo di protesta per poter cambiare il flusso degli eventi.
Ecco trovato il motivo del contendere un braccio di ferro tra Nichi Vendola e i cittadini di Nardò, comune in provincia di Lecce. I neritini si oppongono alla realizzazione di una condotta in grado di portare i reflui fognari dei centomila ospiti del comune di Porto Cesareo – famoso per la statua dedicata a Manuela Arcuri e per essere tra i comuni più abusivi d’Italia – nelle acque di Nardò, paese adiacente, che da tempo, liberatosi dalla piaga di una discarica troppo vicina al centro abitato, punta alla tutela dell’ambiente come valore imprescindibile, tanto da conquistare premi e riconoscimenti, come le 5 vele della Guida blu del Touring club – premio vinto nel 2008 – e vantare litorali classificati tra i più belli d’Italia.
La struttura adibita allo scarico dei liquami costerebbe oltre una decina di milioni di euro – più le spese di energia elettrica necessarie per azionare le pompe di sollevamento e spinta – e rappresenta l’ultima tappa di un percorso che prende il via molto tempo prima. L’impianto di depurazione di Porto Cesareo è un’opera mai entrata in esercizio, sulla cui “testa” pende un ricorso da parte della Commissione europea contro la Repubblica italiana per violazione degli artt. 3 e 4 della Direttiva 91/271/CE; sostanzialmente, tra i dodici agglomerati urbani oggetto del ricorso, risulta anche Porto Cesareo, il quale, però, non può agire celermente, per limitazioni imposte dalle norme istitutive della “riserva marina di Porto Cesareo”, che si estende sul mare prospiciente il medesimo comune e il vicino Nardò.
La regione Puglia ha fretta di chiudere la faccenda, proprio perché incalzata dal ricorso della Commissione europea e per sfuggire alle sanzioni ma anche – vien da pensare – per evitare di incappare in un caso mediatico che lederebbe l’immagine del potente Governatore Vendola.
Il governatore di Puglia vorrebbe, infatti, imporre come soluzione quella di scaricare i reflui depurati nella condotta del comune limitrofo di Nardò, contando sul “si” del sindaco di questa città, Marcello Risi, eletto nel maggio scorso con i voti di Sel, Udc e IoSud.
Secondo il sindaco di Nardò tale opera consentirebbe di attivare appalti per diversi milioni di euro nel territorio neritino, con un impatto di 30 (sic!) posti di lavoro. Il quadro economico del progetto – presentato dall’Acquedotto pugliese con l’assessore regionale Fabiano Amati lo scorso 26 gennaio – per il completamento dell’opera della rete fognaria, ammonta ad oltre 22milioni.
Intanto gli ambientalisti, uniti nel Comitato di tutela del paesaggio di Nardò, si stanno organizzando assieme ai tanti cittadini contrari alla creazione di quest’opera e promettono battaglia affinché il “tubo” della discordia non venga costruito. Sostengono la protesta anche alcune forze politiche. A fare da collante, ancora una volta, è la rete.

Su facebook è nato il gruppo in cui si organizza il fronte del “NO TUB”, guidato dall’attivista neritino Agostino Indennitate, che in meno di 72 ore ha raggiunto i 2.102 iscritti e pare orientato a strutturarsi come movimento. Gli attivisti sottolineano che l’area interessata è compresa in un sito di interesse comunitario: il parco naturale di Porto Selvaggio e Palude del capitano, area delicatissima dal punto di vista idrogeologico e faunistico, vicinissima ad aree archeologiche già individuate (proprio a Porto Selvaggio è stato individuato il primo Homo sapiens d’Europa). Il tratto di mare attraversato dalla condotta – qualora venisse costruita – ricadrebbe inoltre nell’area marina protetta, con i rischi gravissimi che ne deriverebbero in caso di rottura. Gli ambientalisti neritini propongono come soluzione alternativa la realizzazione di impianti in grado di depurare correttamente i liquami e di conferire i reflui affinati all’irrigazione, meno costosa e più sicura rispetto alla condotta.



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